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Martino Sepe, il protagonista-voce narrante di Goditi il problema, opera prima di Sebastiano Mauri (Rizzoli), avrebbe tutte le carte in regola per essere persona libera nelle sue scelte personali, senza condizionamenti. La famiglia dove gli capita di nascere è disfunzionale come lo sono tutte, con, in più, una vocazione naturale all’eccentricità: la casa dove vivono alle porte di Milano è una sorta di bed & breakfast per tossici in riabilitazione, utenti usciti dai manicomi appena chiusi dalla legge Basaglia e via così; a Martino e fratelli i genitori trasmettono il profondo disprezzo per i valori borghesi in una convivenza domestica con scimmiette dispettose; l’asilo autogestito scelto per loro ha nell’ingresso un poster con Janis Joplin e i bambini che lo frequentano sperimentano, in gran libertà e tra loro, perlustrazioni di buchetti intimi e bacetti profondi (sì, il piccino perverso polimorfo di cui parla Freud ha qui incarnazioni leggere e tenere).

Tutti elementi ambientali ben lontani dalla classica, italianissima educazione cattolica. Dunque Martino avrebbe la possibilità di giocare da piccino con la Barbie di turno senza troppo preoccuparsi delle naturali conseguenze di questa preferenza. E invece no: sacrifica, con annegamento, la sua bambola preferita, si aggrappa, metaforicamente, alla Vergine Maria perché lo renda immortale, è devastato da tic nello sforzo di diventare trasparente al mondo, intraprende relazioni infelici e tormentate con compagne di scuola. Ma non pensate a pagine drammatiche: la chiave scelta da Mauri per raccontare l’infanzia di Martino è un’ironia amabile, mai acida, e lo sguardo su se stesso, ma soprattutto sugli adulti, potrebbe essere quello del primo Almodovar.
A vent’anni, per passione del grande schermo, per allontanarsi dalle gigantesche figure familiari, Martino parte per New York, affascinato dal mondo del cinema. Frequenta la New York University, entra in una grossa casa di produzione, conosce le regole dello star system, ne viene espulso con licenziamento secco, si innamora di un prestante attore messicano, lo perde poi si perde lui, Martino, tra una seduta dall’analista e localini per cogliere al volo uccelli di passaggio. Il lieto fine ci sarà, l’amore arriverà. Nel frattempo avrete molto riso (irresistibile il serratissimo coming out con parenti e amici), vi sarete un poco commossi e avrete letto un romanzo italiano pieno di energia vitale, senza essere cieco verso una certa difficoltà nello stare al mondo. Qualche domanda a Sebastiano Mauri su Martino e compagnia cantante vien spontanea.

Mi stupisce nel personaggio di Martino che dopo un’infanzia così fuori dagli schemi tradizionali, libero da dettami religiosi, a contatto con personalità decisamente trasgressive come gli zii, senza considerare gli stessi genitori, faccia così fatica a riconoscere che il suo desiderio e il suo affetto vanno verso persone del suo stesso sesso. È perché è nato in Italia? Il senso di colpa si respira nell’aria?
"In parte credo sia proprio così: oltre a essere affezionati al senso di colpa - tratto comune nei paesi cattolici - gli italiani sono ancora molto omofobi. I casi di violenza per le strade sono molteplici; Berlusconi non ha mai esitato a manifestare pubblicamente il suo scarso rispetto per i gay; le macchiette in prima serata, come quella dei Soliti Idioti a San Remo, sono bene accolte e l’Italia è tra gli ultimi paesi nella Comunità Europea a non riconoscere i diritti delle coppie dello stesso sesso. Direi che c’è ancora molta strada da fare".

L’angoscia di Martino, l’elemento che lo blocca nelle scelte, è la paura che ogni presa di posizione affettivo-sessuale debba definirlo per sempre, lo incaselli in una categoria: omo o etero. L’idea di bisessualità non lo sfiora. Perché secondo lui/tu non esiste?
"Io credo che la maggior parte di noi possa provare attrazione per entrambi i sessi. Solo che ci viene insegnato a scegliere, a mettere una crocetta su una casella ed essere fedeli alla nostra scelta. È vero che esiste la possibilità di definirsi bisessuali, ma è difficile stabilire come si ottiene questo riconoscimento. Basta avere avuto rapporti sessuali con entrambi i sessi almeno una volta? O sono necessari i sentimenti? È una tessera che va rinnovata annualmente? Ogni decade? O è solo una tappa verso un’ineluttabile scelta definitiva? Io credo sia arrivato il momento storico di liberarci da queste domande e da ogni tipo di definizione. I giovani oggi tendono naturalmente alla flessibilità, a sfuggire alle categorie, ai binomi. Non associano volentieri un’etichetta piuttosto che un’altra ai loro moti romantico-sessuali. Secondo me, se siamo proprio affamati di definizioni, dovremmo appartenere tutti a un unico segno zodiacale omnicomprensivo: pansessuale. E poi vedere cosa succede".

Arrivato a New York, Martino lavora nel cinema, è assistente di produzione: la sua immersione nel mondo del divismo americano è esilarante: tra la goffaggine di un Fantozzi dei nostri giorni e l’inadeguatezza nevrotica di Woody Allen. Sei davvero stato sul set di Smoke, il film tratto da un racconto di Paul Auster? E come è andata?
"Ho lavorato sul set di Smoke come assistente di produzione, a quei tempi studiavo ancora cinema alla New York University, e il mio nome nei titoli di coda del film è per davvero storpiato: Sebastiani Mauria. Una chicca. Assistente di produzione significa l’ultima ruota del carro, il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene, colui che prende ordini da tutti, il designato d’ufficio per i compiti più ingrati. Diciamo che è un lavoro che offre le umiliazioni su un piatto d’argento. Per fortuna nella vita reale mi è andata meglio che a Martino, non sono mai stato messo in punizione, megafono alla mano, a domare le comparse. Era già dura abbastanza facendo tutto bene".

Martino riflette su come il cinema racconta l’amore omosessuale: frequentissimo il dramma e una sorta di sfiga che, se anche ti fa incontrare l’uomo/donna della tua vita, fa morire te e/o lui. Ma in letteratura? Andiamo meglio?
"La maledizione dell’amore omosessuale è diffusa un po’ in tutte le arti. Basti pensare che nella tradizione occidentale l’iconografia più ricorrente per dipingere un desiderabile corpo maschile ignudo senza destare sospetti, era il San Sebastiano, un languido maschione trafitto dalle frecce. Beccati questa, e questa, e questa. Ma in letteratura c’è sicuramente più libertà che nel cinema, anche per il banale motivo che l’investimento economico nella produzione dell’opera è molto inferiore. Non bisogna convincere schiere di produttori, investitori e sponsor olimpionici dell’appropriatezza della nostra storia per essere pubblicati. Scrittori come Edmund White, David Sedaris, Jeanette Winterson, Augusten Burroughs o David Leavitt mi hanno fatto sentire meno solo negli anni".

Quando Martino si sente solo e disperato sperimenta le dark room e gli incontri anonimi. È una scena dolorosa (anche se arriva uno sbocco di vomito a mandare in vacca tutto). Mi ha fatto venire in mente l’ultima parte di Shame, il film di Steve McQueen dove, per raccontare il senso di vuoto esistenziale del protagonista, si accumulano puri atti sessuali in diverse varianti compreso il pompino omo che, se non ho capito male, dovrebbe essere proprio il punto più basso. Ma è Shame... Però... Martino... Come la mettiamo? Fa capolino un’ombra di moralismo? Martino pensa che un minimo di etichetta prima del contatto fisico sia indispensabile per dimostrare amor proprio?
"Forse hai ragione, potrebbe anche essere che in quella scena abbia fatto capolino, molto brevemente, senza quasi neanche farsi notare, un’ombra di moralismo, ma tanto non lo ammetterò mai".

Un ex compagno di scuola di cinema racconta a Martino una storia affascinante, e un poco inquietante, letteralmente underground, su degli uomini talpa? Esistono davvero?
"Abbiamo davvero girato con i miei compagni di università un film intitolato Vertical City (IMDb può confermartelo) ambientato parzialmente in questi tunnel abbandonati del vecchio sistema della metropolitana che costeggiava l’Hudson River. Simili a quello descritto nel romanzo. Ed esistono persone che vivono in questi tunnel sotterranei di New York: ne parlano un libro di Jennifer Toth intitolato The Mole People e Dark Days, un documentario di Marc Singer. Sul numero, gli usi e costumi degli individui più isolati - leggi che vivono più in basso - ci sono molte speculazioni e leggende metropolitane.

La colonna sonora del libro è tutta roba d’epoca: Stayin’ Alive, Walk on By e Il cielo in una stanza, tanto per dire. Tutte perle, ma niente di contemporaneo. Segui gruppi nuovi?
"Vediamo: Antony & the Johnsons, Daft Punk, The Moldy Peaches, Adele, Lana Del Rey, Florence and the Machine e Rihanna mi redimono?".

Lo si può definire un romanzo di formazione dove ritrovarsi a un party e dare un senso pieno alla propria vita, alla fine, pretendono lo stesso requisito: conoscere le regole del gioco?
"Martino, anche quando le regole le conosce, se le lascia spesso sfuggire dalle mani. Nelle piccole e nelle grandi cose che gli succedono. Bisogna imparare a godersi il processo di apprendimento, sbagli, cadute e porte in faccia inclusi. Tanto non si smette mai di imparare, di fare errori, di doversi adattare a nuovi equilibri, interni ed esterni. Formazione fino a che morte non ci separi (dal nostro corpo)".

Una cosa inusuale nei libri di oggi: non ci sono dediche all’inizio e ringraziamenti alla fine. Naturale riserbo o infinita autostima?
"Temo si chiami crisi economica: ogni pagina in meno rappresenta un risparmio".

Ti offenderesti se il tuo libro fosse considerato il primo esempio italiano di letteratura chick lit gay?
"Per la mia salute mentale cerco di offendermi il meno possibile, ma anche di sfuggire le definizioni, mi danno subito claustrofobia, come un ascensore affollato o una cravatta stretta. Mi sembra ci sia troppa disperazione sottesa a questo romanzo comico, troppa carne e nevrosi per identificarla come chick lit. Ma non sarò io il giudice di ciò".

La scrittura è una novità per te. Ma sei attivo da tempo nel mondo dell’arte. Che tipo di opere realizzi? Vuoi presentarti ai nostri lettori ignoranti, me compreso?
"Direi che ciò che ti ho appena detto a proposito di sfuggire le definizioni si adatta perfettamente anche alla mia pratica artistica. Negli anni ho spaziato nei temi e nei media, facendo dipinti, video, sculture, fotografie e istallazioni, interrogandomi sulla religione, l’identità, i pregiudizi, i meccanismi dell’amore. Se dovessi indicare un filo conduttore tra tutti questi lavori, sarebbe il sincretismo, il tentativo di conciliare mondi e visioni opposti tra loro". 

la prima volta di sebastiano mauri by franco capacchione, rolling stone 2012