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Ha un sottotitolo eloquente, la versione cinematografica del fortunatissimo Favola, con cui Filippo Timi ha riempito i teatri italiani per diverse stagioni: Liberi di essere ciò che si è. Un sottotitolo che esplicita la lettura dell’intero progetto e attribuisce – in particolare alla versione filmica – una potente valenza politica, che pure non esaurisce l’elevato valore di una pellicola affascinante ed estremamente curata sul piano estetico, in cui si assommano eleganza e quell’ipercitazionismo che solo l’amore per il cinema induce.

Meriti, quello politico e quello visivo, ascrivibili entrambi in larga misura al regista, Sebastiano Mauri, che arriva al debutto dietro la macchina da presa con una consapevolezza del tutto matura del mezzo e di ciò che intende dire, formatasi in un’esperienza di lungo corso su un duplice binario: quello dell’artista visivo e quello dello scrittore e attivista, che in Goditi il problema, prima, e Il giorno più felice della mia vita poi, ha dimostrato di voler mettere al centro la tematica dei diritti.

Ed è forse per questo che Favola risulta su entrambi i fronti perfettamente centrato, e forse per questo non poteva che essere affidata alla sua mano proprio la vicenda – che gli appassionati dell’attore umbro hanno imparato ad amare – della casalinga perfetta e patinata, Mrs Fairytale, e della sua apparentemente perfetta vita dalle tinte pastello nell’America degli anni Cinquanta. Come e più che a teatro occhieggiano Hitchcock, Todd Haynes e una spolverata di Colazione da Tiffany, sotto le vicende di Fairytale e della cagnolina impagliata Lady, dell’amata amica Mrs Emerald e dei tre gemelli Stuart, Ted, Tim e Glenn, incarnati dal poliedrico Luca Santagostino.

Tuttavia, l’istrionismo travolgente di Timi qui si presta a un lavoro che, più vistosamente che sul palcoscenico, ha dei messaggi molto chiari da lanciare. Con una grazia e un garbo che non annacquano mai la schiettezza, questa favola surreale in technicolor, tra ufo e gonne a campana, offre a tanti la presa di parola che le favole, in genere, negano. Il lieto fine, chiosa il regista nel corso della conferenza stampa, che troppo a lungo non è stato concesso a chi rifugge a definizioni e cliché.

Alle donne prima di tutto. Colte nel momento storico che le voleva “innamorate della lavastoviglie”, nella svagata Fairytale e nella tormentata Emerald (una Lucia Mascino impeccabile, che ha spazio per sperimentare ogni sfumatura, dal rigore alla sensualità) che evoca Kim Novak, c’è la rivincita – chiosa la Mascino – delle donne che vissero due volte, che cercano e si prendono una seconda chance. Perché, nonostante attributi maschili in trasparenza, questa è una storia di donne, di chi donna si sente e per questo lo è. Di chi lotta per la propria identità. È ancora Lucia Mascino a chiarirlo, sintetizzando: la vena che percorre tutto il film: “il desiderio, il percorso”, di essere, appunto, ciò che si è.

Così, l’intensità del film si specchia fra le righe della sofferenza che Timi dichiara di avere provato sentendo di dover stare dentro un corpo che non gli apparteneva. La stessa, commenta l’attrice, che gli ha infatti permesso di rendere efficacemente quello che Fairytale, fuor di magia, è: una donna transgender. Più che a teatro, infatti, al cinema la valenza Lgbt di questa pellicola è espressa e inequivocabile. Non a caso, sarà questo il film d’apertura del festival Mix di Milano il prossimo 21 giugno. Eppure, Favola riesce a non chiudersi nella nicchia del film a tematica, proprio perché sceglie di non tralasciare nessun aspetto, trasformandosi nel più forte manifesto politico in forma di film che il cinema italiano ha avuto sicuramente negli ultimi anni.

È un film che vuole porgere a tutti, in modo immediatamente accessibile, un mondo intero. E ci riesce anche grazie a una preziosa, meravigliosa aggiunta, uno dei pochi cambiamenti apportati alla  pièce teatrale: Piera Degli Esposti nei panni di una madre che troppi e troppe hanno conosciuto bene. Quella di fronte al quale difendere un amore che “non è una farsa”, e vuole la libertà di viversi alla luce del sole, anche quando basterebbe il basso profilo, limitarsi a non mostrarsi.

E invece – anche quando il confine fra realtà e finzione, fra favola e vita si sfarina e apre, fuori dai colori violenti della fantasia, squarci sugli aspetti più cupi e dolenti della realtà delle Fairytale che già negli anni Cinquanta sognavano il diritto di essere ciò che erano – quello che la favola vuole svelare è un mondo che esiste, ed esige un lieto fine che guarda al presente, in un potente e poetico omaggio esplicito alle Famiglie Arcobaleno, che ne fa un film che risponde nel più chiaro dei modi non solo alle recenti dichiarazioni dei ministri, ma anche a chi è sempre in cerca di dichiarazioni purché sia, e poco importano metodi e contesti.

Timi, Mauri, Mascino, e Santagostino (con Sergio Albelli nei panni del marito di Fairytale, Stan, a sua volta dal potente valore simbolico, accanto alla già citata Piera Degli Esposti) hanno fatto invece probabilmente il film più sinceramente militante che il cinema italiano abbia visto (prodotto da Palomar e distribuito da Nexo Digital), a cui non manca nulla nel modo in cui, viene da dire, la militanza andrebbe sempre fatta: mettendo il proprio talento al servizio di ciò in cui si crede, senza concedersi omissioni ma, d’altro canto, senza abdicare per ragioni politiche alla qualità del film in quanto tale.

un manifesto in technicolor di cui c'era bisogno by chiara palumbo, gaypost 2018