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Al tramontare degli anni '50 Pasolini presagiva, con intenso dolore, un futuro, non così lontano, nel quale si sarebbe perso definitamente il valore delle diversità in favore di un'omologazione identitaria, indubbiamente meno spaventosa ma profondamente inautentica. L'omologazione, in questo senso, avrebbe innescato un meccanismo per il quale, ove non occultate, le diversità sarebbero emerse in senso sempre più negativo aggravando una figura già storicamente compromessa: l'Altro.
Sebastiano Mauri e l'Altro. L'Altro inteso non solo come minoranza – riconosciuta come debole in un dato periodo storico e in una data società – ma inteso anche come esito di concezioni intime ed individuali. Esistono, d'altronde, minoranze di ogni sorta, invisibili, non per forza socialmente perseguitate o storicamente denunciate ma semplicemente altre, che si costituiscono in quanto tali a causa di arbitrari giudizi e pregiudizi.
A dimostrazione di quanto i meccanismi della discriminazione siano insiti in tutti noi, spesso metabolizzati e pertanto inconsapevoli, Mauri sottopone lo spettatore ad un test per nulla indulgente. Il percorso espositivo inizia il fruitore con Immanence: opera video.
Partendo dalla concezione dell'immanenza buddista secondo la quale un'anima può coesistere per un certo periodo di tempo in due corpi distinti, l'artista ci guida nel complesso ed intimo confronto con i propri limiti psicologici portando alla luce i più celati pregiudizi che abitano la nostra coscienza. Da primissimi piani di persone spiate durante la loro quotidianità l'opera di Mauri induce a formare delle ipotesi di contesto sulla base di convinzioni personali prive di alcuna obbiettiva conoscenza della realtà tali da indurre quasi sempre in errore. Solo quando il primo piano si estende veniamo a conoscenza dei fatti. Non è forse così, attraverso semplici automatismi metabolizzati, che si instaurano discriminazioni di ogni sorta? D'altronde la realtà prende coscienza di sé quando viene rappresentata e lo spettatore di Immanence è indotto ad una riflessione sulla facilità e dunque pericolosità della concezione dell'Altro.
L'urgenza del messaggio si coglie particolarmente nelle serie di dipinti Shadow of Doubt, e Label Series ove Mauri insiste sul lato maligno e arbitrario della percezione delle diversità, operando sul ritratto. I primi sono video proiezioni di volti in dissolvenza che trovano compimento nelle tele ove l'artista ha dipinto con precisione fotografica tratti somatici privati del loro naturale contesto: solo occhi naso e bocca. Un susseguirsi rapido di volti d'ogni provenienza e forma, quasi una lunga metamorfosi dove l'uno conserva qualcosa dell'altro pur palesando la propria diversità.
In Label Series Mauri opera sul relativismo dell'interazione sociale ritraendo il lato bipolare dell'identità e accostando ad essa etichette dai caratteri opposti. Se ogni individuo è composto da identità dissimili, tra le più contraddittorie e mobili, determinante sarà la decisione da parte nostra riguardo a quale aspetto elevare nella valutazione dell'altro.
Non è finita qui. Il paradosso della religione che spesso si autodetermina nell'esigenza di monopolizzare la fede attraverso l'egemonia di un credo è, per Mauri, pretesto per disegnare le contraddizioni del rifiuto verso l'altro. Con la serie Gods versus Aliens, piccoli paesaggi pop multicolor composti di pailettes, luci, fiorellini luccicanti e perline, sono racchiusi in campane di vetro che conferiscono un respiro mistico a questi scenari sospesi tra il kitsch e l'ascetico. Ed è qui che la religione entra a patti con se stessa stabilendo una relazione inaspettata con l'altro per eccellenza: l'alieno. Esemplificativo, fra gli altri, l'incontro inaspettato tra una creatura mostruosa e massiccia dal profilo meccanico e un dio: si tratta di Buddha, superbamente seduto su un placido manto erboso con l'aria consapevolmente appesantita dalla responsabilità della devozione collettiva, responsabilità che solo un dio può sostenere. L'alieno, forse illuminato da fede improvvisa e viscerale, stabilisce un contatto fisico con il Buddha e, sistemandosi in posizione di guardia, sembra determinato a proteggerlo da possibili eventi infelici. Leggende e divinità sono qui pretesto ironico per parlare dell'Altro e misurarsi con le irriducibili questioni storiche dell'uomo. Ricordandoci che le due figure sono originate dai medesimi sentimenti - l'una diventata credo, l'altra leggenda - Mauri costruisce scenari scevri da qualsiasi pregiudizio ove un dio dogmatico e ligio accetta tra i fedeli l'altro per eccellenza, l'estraneo assoluto, colui di cui non si conoscono ne l'origine ne l'epigono, forse riconoscendosi in questo.
In un mix di culti vivi, culti estinti, alieni anonimi ma anche mostri noti, uomini d'ogni cultura e provenienza, volti stanchi, volti vivaci, iconografie tradizionali compromesse, identità mobili, Mauri stabilisce relazioni al limite tra il sacro ed il profano ove l'Altro non ha senso d'esistere poiché tutto è altro.
Con la personale The Other, Sebastiano Mauri rivela meccanismi inconsci della convivenza sociale portando alla luce i conflitti delle diversità e il suo lavoro risulta puntuale ed efficace, laddove, per dirla alla Brecht, le arti si rivelano utili all'arte per eccellenza: la vita.
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sebastiano mauri: the other by deborah rossetto