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Dopo una serie di mostre precedenti e la recente esposizione al Macro, il Museo di Arte Contemporanea di Roma, che hanno  i riflettori sull'ultima opera di Sebastiano Mauri, “The God Machine”, il percorso del “distributore multi-religioso di spiritualità”, che proseguirà il suo itinere in Italia anche nel 2014, ha attirato l'attenzione di Qmi. Così abbiamo voluto conoscere da vicino il pensiero dell'artista, eclettico e capace di spaziare dalla letteratura alle opere visive.

Quando si parla di Lei viene spesso la postilla “artista visivo”: è forse in parte a causa del suo passato vicino al cinema e all’audiovisivo?

“Negli ultimi 15 anni mi sono occupato d’arte, ma in effetti prima il mio mondo era il cinema. Le due cose si sono sempre un po’ e un po’ condizionate. Prima di studiare cinema alla New York University mi sono ad esempio “regalato” un anno di Foundation Course a Londra. Ma fare arte lo consideravo un puro piacere, mentre il cinema era destinato a divenire presto il mio lavoro quotidiano. Nel tempo libero dipingevo. Lo facevo per me stesso. Questo finché mi è stata offerta l’occasione di una mostra in Argentina. L’ottima riuscita di quell’avventura (ho venduto quasi tutti i quadri esposti) mi ha fatto riflettere. Da quel momento, un po’ alla volta, sono cresciute numericamente le mostre e le ore dedicate all’arte”.

Parliamo della sua più recente creazione: “The God Machine” e, per meglio arrivare a comprendere quella, partiamo dalla sua “God experience”.

“Molto della mia formazione, umana, valoriale e spirituale la devo al fatto d’esser figlio di due mondi, l’Italia e L’Argentina. Ho vissuto poi più di quindici anni in paesi anglosassoni e questo, senza dimenticare la mia famiglia e tutta la sua apertura a culture diverse, ha di certo contribuito moltissimo. Su tutto credo siano stati però gli anni newyorkesi i più significativi. Ero allora costantemente a contatto con persone, tradizioni, credenze, culture e religioni molto distanti tra loro. New York è una città che ti obbliga, giocoforza, al sincretismo. E il sincretismo è diventato nel tempo il vero filo conduttore dei miei lavori, dal tema dell’identità a quello delle parti sociali, dall’amore alla religione, appunto”.

La “God Machine” è un po’ la summa di tutto questo?

“Credo proprio di si. D’altronde ho sempre amato collezionare divinità di tutte le religioni, rigorosamente di piccole dimensioni e basso valore. Amo il contrasto tra l’alto valore simbolico e la produzione massificata, “made in Taiwan”. Nel clima post 11 settembre, poi, in America, ho cominciato a lavorare su questi simboli facendone arte (proprio mentre all’improvviso tutti gli stranieri, i tassisti sikh, i commercianti curdi o i professionisti libanesi dovevano ostentare bandierine a stelle e strisce per non essere oggetto d’occhiatacce). Una chiave di lettura per tutte le opere che ho sviluppato a partire da quell’ispirazione multireligiosa, siano esse video, foto, installazioni, quadri o sculture, potrebbe essere la frase di Gandhi “Dio non ha religione”. Credo infatti che Dio si preoccupi ben d’altro che delle differenze, di ciò che ci diversifica, piuttosto preferendo ciò che ci accomuna”.

Oltre il mistero di Dio, dunque, lei cerca una fede comune?

“Proprio così. Vera è la fede, la speranza, l’essere affratellati nella ricerca del bene. Per questo mi piace integrare religioni vive e religioni morte: rende ancor più evidente la contraddizione del fatto che una divinità, intrinsecamente eterna, si ritrovi mortale e dimenticata quando nessuno più la venera”.

È nata in questo solco l’idea della “God Machine”?

“E’ stato il frutto e il risultato di quattro anni di ricerca. La prima ispirazione è venuta dalle salette multireligiose degli aeroporti. Lì la gente, un po’ per la paura del volo, un po’ per scaramanzia, visita il medesimo luogo deputandolo di volta in volta alla propria divinità. The God Machine è tutto questo, anche in modo provocatorio. Pregare dovrebbe meritare una certa ritualità e rispetto, il tempo e la concentrazione adeguati. Non è sempre così. Ecco allora la “macchina delle religioni” che ti chiede un minuto del tuo tempo e uno spicciolo per accedere al tuo simulacro divino. Puoi mettere o meno dei soldi al suo interno (la God Machine si avvia comunque) e deve far riflettere il contrasto spiccioli-spiritualità. Ci tengo a precisare, comunque, che il denaro eventualmente raccolto (cifre comunque basse) va in dono a chi, in quel momento, museo, associazione od ente, sta ospitando la God Machine”.

Il tema religioso occuperà anche i suoi prossimi progetti?

“In parte. Nella mia prossima mostra, The other, alla Galleria Michela Rizzo, a Venezia, insieme alle sculture della serie Gods versus Aliens in cui alieni e marziani vari si confrontano con le divinità terrestri, mostrerò una serie di ritratti a olio in cui il soggetto è privato da qualsivoglia contesto che possa connotarli, il video Immanence, risultato di due anni di riprese, e infine una grande istallazione, Shadow of doubt.

Arte e religione, arte e globalizzazione: quanto l’una può essere funzionale all’altra?

“Arte e religione sono amanti stretti da che mondo è mondo. La Chiesa è stata uno dei maggiori committenti da sempre e, fino al Rinascimento, persino la mitologia era difficile da sdoganare. Di contro le raffigurazioni dei Santi erano spesso il mezzo per portare nell’opera pittorica qualcosa dell’uomo più comune, emozioni, pulsioni, gesti, mode o attitudini, per raccontarsi. Oggi il dialogo artista-Chiesa si è fatto meno vincolante, più libero, quando non volutamente critico. Trovo sbagliato cercare lo scandalo, come spesso accade, per il solo scopo di far parlare di sé o richiamare pubblico”.

Si può dire che le sue riflessioni d’arte sulla religione, siano di contro un modo per stimolare questo tipo di cammino?

“Perché no? Questo mondo di materialismo puro, in fondo, dove ci sta portando? Siamo in ginocchio sia economicamente sia ecologicamente. Ho molto rispetto, pur praticando una visione sincretica, per tutte le religioni e per chi le vive”.

Se dovesse dare un consiglio ad una persona che sta varcando l’ingresso della mostra che ospita la “God machine”?

“Dovrebbe avere un atteggiamento di “apertura”. Se la mia “macchina” suggerisse che le religioni sono una fandonia, non avrei ottenuto il mio scopo.Vorrei piuttosto che suscitasse una conversione a tutte loro”.

Nel suo prossimo futuro artistico, c'è l’originalissimo “Shadow of doubt”, dove a dialogare fra loro, e con lo spettatore, sono i volti.

“Visi, sesso, età, etnie diverse si super-impongono proiettati su di un quadro ad olio. Solo occhi, naso e bocca, la pelle che sfuma nel nulla, e volti distinti che, un po’ alla volta, si sostituiscono. Sono “maschere”, tracce d’identità come le foto per il passaporto, che mutano lentamente da giovane a anziano, bello, brutto, elegante o sciatto, arabo, indiano o nordico, maschio e femmina: questo è “Shadow of doubt”. Il modo di relazionarsi e i sentimenti dell’astante allora, al mutare di pochi elementi, sanno alle volte cambiare profondamente. È la prova della labilità della nostra comune capacità di giudizio. Con questa istallazione la mia prossima mostra riprenderà in nuova chiave il tema del confronto del mondo sul mondo”.

arte e religione in sebastiano mauri by ludovico cherubini, ideequestomese.it