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La fine è nota, non esiste un solo Dio. A qualunque latitudine o credo ci si riferisca il Divino, in quanto celestiale, non occupa spazio fisico, se vuole può soltanto apparire. Le immagini votive sono invece una presenza concreta e tuttavia contengono senza soluzione di continuità un aspetto più o meno costante di mistero e una componente simbolica e pertanto eterea, nonostante materica sia la loro natura. Poste sopra un plinto rosso e filmate dal medesimo punto di osservazione, 100 icone e statuette votive, da Ganesh alla Virgen Morena de Guadalupe, per quanto riprese a grandezza naturale, perdono il concetto di scala 1:1 per arrivare a rappresentare l’evanescenza di un culto reale. 100 “souvenir” per 100 svariate fedi si alternano nel respiro di tradizioni totalmente distanti in senso geografico e nondimeno valide universalmente. Con la lentezza devozionale di una preghiera ogni immagine si mostra e scompare per dissolvenza dentro la successiva, invita a immaginare chi ne segue i principi, venera le reliquie, idolatra la figura e ne osserva il messaggio. E piano piano sembrano tutte uguali. La superficie rotante del piedistallo sembra scolpirle nel tempo e fermarle per poi renderle di nuovo auliche, peraltro elevate dal piano illustre della Torre Branca. I Believe In God è il titolo del lavoro che, come tutti i precedenti dell’artista, riflette sul concetto di soggettività dentro l’idea nomade e contemporanea di sfuggire a qualsiasi catalogazione. La durata del video è di 25 minuti ma può essere guardato per il tempo che vi pare. Il remix di tutti le odi della terra lo rende quasi ipnotico. Instancabile ricercatore della causa all’origine delle cose, Sebastiano Mauri esplora con l’approccio di un antropologo la possibilità di identificarsi in qualunque religione e descrive la necessità di una propria divinità, necessariamente diversa per ognuno. Attraverso l’infinito ruotare di talismani, souvenir e archetipi destinati a fondersi nei suoni assemblati per confondersi fra loro, si creano mille punti di vista dentro un unico canto fluido e universale generato da mille credenze. Il montaggio audio-video, qui amplificato dalla veduta a 360gradi della Torre scelta per l’installazione, è la dichiarazione dell’artista di un desiderio di rottura delle barriere che a volte ingenerano conflitti planetari, laddove si nega l’esercizio di un culto dal quale ci si sente maggiormente protetti. E il pensiero ruota anch’esso intorno a qualcosa che ci sfugge ma ci appartiene. Difficile riconquistare un solo punto di vista. |