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Identità e omologazione, dalla Milano da bere all’11 settembre. Tutto questo alla Not Gallery di piazza Trieste e Trento, che ha riaperto la stagione espositiva con Sebastiano Mauri (nella foto una sua opera), “italiano di ritorno” in fase di assestamento, dopo dodici anni vissuti tra New York, l’Argentina e il Belpaese. È l’alba degli anni Novanta quando, uscito da un liceo meneghino, bypassa l’Accademia di Brera e s’impone dodici mesi di eclettica full immersion tecnica a Londra, prima di atterrare nella Grande Mela del “sindaco sceriffo” Rudy Giuliani.
Sulle rive dell’Hudson resta finché, dopo l’attentato alle Twin Towers, sullo skyline non inizia a gravare l’aria viziata dallo scontro di civiltà. Nel frattempo, studia regia alla scuola di cinema della New York University, e non solo. Le carovane pittoriche le fa alla Art Students League, una «scuola assurda» e a buon prezzo rispetto ai proibitivi standard Usa: palestra per esercizi di stile vecchio stampo, con ore e ore di disegno dal vero, talora improntato a stucchevole virtuosismo. I frutti, i classici scheletri iperfigurativi da seppellire in fondo all’armadio. Eppure servono. Soprattutto a consolidare l’onesto abbiccì di una formazione ormai ritenuta sempre più trascurabile, in un sistema in cui è il potere della moneta più che quello dell’immaginazione - insieme ad una discreta dose di buona sorte – a spalancare agli eletti le porte di gallerie, musei e collezioni. Insomma, diventare amanuense d’una realtà da cavalletto vale ad acquisire regole e strumenti di cui, eventualmente, disfarsi. Cosa che non è avvenuta, a guardare la minuziosa effigie olio su tela d’un volto, immutato e intenso come un ritratto del Fayum, sul quale il proiettore sovrappone immagini fuori fuoco di personalità ben differenziate, con una riflessione contestataria. Contro la chirurgia estetica, che lentamente traghetta tutti verso lo stesso «paesaggino» somatico. Contro l’alienazione delle megalopoli, in cui le gioie dell’anonimato si convertono presto nei dolori dello smarrimento. Contro l’ipocrisia del politically correct che, riducendo il consorzio umano a un aggregato di categorie, salva la forma ma distrugge la sostanza dell’individuo.
Forse, però, un po’ di “tutela” avrebbe giovato a Hildegard von Bingen, monaca, filosofa, scienziata, poetessa e musicista vissuta attorno all’anno Mille, genio oscurato più dall’appartenenza al sesso femminile che dal velo benedettino, autrice delle sofisticate polifonie intrecciate ai gemiti imploranti di Samantha Fox nella colonna sonora di “Shadow of doubt”, video che dà il titolo alla mostra.
Come dire, l’acme della spiritualità e il top del trash che, esasperando l’ansimante refrain “Touch me”, “Toccami”, giunge ad assimilarsi con tragica e grottesca sensualità ad un anelito alle nozze mistiche. Ancora un pout-pourri di facce e melodie nell’altro video, “The song I love to”. Ma stavolta il soundtrack è a carico dei protagonisti, reclutati a caso tra Italia, Usa e Argentina e “costretti” semplicemente a guardare in camera per un minuto e mezzo e a dichiarare la canzone d’amore preferita. Le reazioni? Pochi i riottosi, molti i disponibili, quasi tutti ansiosi di sapere quando sarebbero finiti sullo schermo. Un po’ sogno americano, un po’ effetto del dilagare dei reality show, ma dal Bronx a Baires è chiaro che al quarto d’ora di celebrità non rinuncia proprio nessuno. Per fortuna, da qualche parte nel villaggio globale c’è ancora posto per le sorprese. Perché, se è naturale vedere il rastaman bearsi con Bob Marley, provate a non stupirvi di fronte al punkabbestia che si sdilinquisce con una serenata da far salire il diabete pure a Toto Cutugno…
 

sebastiano mauri un italiano di ritorno by anita pepe, roma 2006