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In The song I love to persone comuni, di diverso sesso, età, razza ed estrazione sociale, guardano in posa verso la videocamera mentre risuona la loro canzone d’amore preferita. Ognuno è ripreso nel contesto, quindi su uno sfondo, diverso, scelto tra quelli appartenenti al loro quotidiano – strada, casa, luogo di lavoro - o ritenuto in qualche modo significativo. Come il loro sguardo è fisso sulla videocamera, la videocamera è fissa su di loro. Qualche decina di secondi, un buon pezzo della canzone, e poi si passa al personaggio successivo. Le riprese sono state effettuate con persone che abitano in tre città diverse: New York, Buenos Aires e Milano. Di ognuno è come se venisse fornito una sorta di ritratto temporale. Il rapporto tra temporalità – già perturbante in un ritratto dipinto – qui si complica ulteriormente, mettendo in rapporto reciprocamente nella ripresa quella del personaggio immobile, quella del contesto mobile, quello modulata dalla canzone e quella dell’osservatore. In questo gioco di rimbalzi si dimostra l’ambiguità e, forse, l’impossibilità di ogni ritratto come riproduzione, e la sostanzia mobile ed eventuale dell’identità. |